Redazione

Redazione

Suspendisse at libero porttitor nisi aliquet vulputate vitae at velit. Aliquam eget arcu magna, vel congue dui. Nunc auctor mauris tempor leo aliquam vel porta ante sodales. Nulla facilisi. In accumsan mattis odio vel luctus.

Email: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Nelle ultime due stagioni Francesca Franchi è cresciuta costantemente, arrivando ad ottenere anche i suoi primi punti in Coppa del Mondo, tre titoli ai Campionati Italiani di Gromo, uno assoluto e due Under 23, e infine il bellissimo bronzo nella staffetta mista dei Mondiali Under 23, dove è stata protagonista di una splendida ultima frazione. Una medaglia arrivata insieme a Simone Daprà, Martin Coradazzi e soprattutto con Anna Comarella. Il fatto di aver vinto questo bronzo insieme alla fondista veneta ha avuto un significato importante dal punto di vista simbolico, in quanto Franchi ha chiuso in questa maniera la sua avventura nelle categorie giovanili, che era iniziata con uno splendido argento nella staffetta del Mondiale Juniores del 2017, insieme proprio ad Anna Comarella, oltre che Martina Bellini e Cristina Pittin, chiudendo quindi un cerchio.

Queste quattro atlete, insieme a Caterina Ganz e Nicole Monsorno, faranno tutte parte della squadra Milano Cortina 2026, affidata a Renato Pasini, allenatore al quale la giovane Franchi sente di dovere molto. L’abbiamo contattata, interrompendo per qualche minuto il suo studio, dal momento che la giovane trentina delle Fiamme Gialle sta preparando il suo ultimo esame universitario, per parlare con lei della nuova squadra, del periodo di quarantena, dal quale è riuscita a trovare gli aspetti positivi, e della preparazione in vista della prossima stagione. L’impressione è come sempre quella di parlare con una ragazza molto più matura rispetto a quanto scritto sulla carta d’identità.

Ciao Francesca. Com’è stato tornare ad allenarsi all’aria aperta?
«È stato bellissimo, anche se non ho avuto problemi ad allenarmi anche a casa, perché fortunatamente mia mamma ha uno studio fisioterapico, così ho potuto utilizzare gli attrezzi e i rulli. Però mentalmente non è stato facile, perché non mi è mai piaciuta l’idea di stare chiusa in casa, in quanto per rilassarmi e scaricare ho sempre bisogno di camminare o correre. Mi mancava tutto questo. Appena è stato possibile riprendere a correre, ho fatto delle corse lunghissime, mi serviva proprio, mi sembrava quasi di essere tornata alle prime volte. È incredibile quanto a volte diamo per scontate cose come correre, uscire o fare due passi, quando in realtà non è così».  

Allenamento a parte, cos’hai fatto durante la quarantena? Hai scoperto qualche passione particolare?
«Mi sono concentrata tanto sull’università. Durante la stagione ho meno tempo per studiare, così mi sono impegnata tantissimo e ho dato molti esami. Ora ne manca solo uno ed è finita, quello di spagnolo, che mi sta facendo un po’ dannare (ride, ndr). Intanto sto preparando anche la tesi e le carte necessarie per laurearmi. Oltre a studiare ho anche cucinato, volevo rifare le ricette di mia nonna, alcune tipiche del trentino, altre meno. I risultati sono stati alterni, ma ci ho messo il massimo impegno. Poi sono stata tanto con mia mamma, abbiamo dipinto dei quadri assieme e creato oggetti in legno. Lei è molto artistica, io meno, ma è stato veramente bello stare assieme a lei. Ecco, la cosa sicuramente più positiva di questo periodo di quarantena è stato scoprire dei lati della mia famiglia che non conoscevo e mi sono piaciuti tutti. Per esempio, con mia mamma ho costruito un rapporto bellissimo, non che prima non l’avessimo, ma ora ci siamo legate ancora di più».

Parliamo ora di sci di fondo. Sei stata inserita nella squadra Milano Cortina 2026, nella quale ritrovi dopo alcuni anni Anna Comarella e Caterina Ganz.
«Mi piace e sono veramente felice di potermi allenare con Anna e Caterina. È una cosa importante perché sono un bel punto di riferimento, le stimo come persone ed atlete, loro lo sanno. Da anni ho sempre visto Caterina ed Anna molto forti, stare lì davanti, quindi sarà molto stimolante allenarsi con loro e vedere come affrontano l’allenamento. Sarà uno stimolo importante per me e le altre, anche perché loro hanno più esperienza rispetto a noi e ci daranno una grossa mano a crescere. Sarà divertente tirarsi il collo nei veloci, ovviamente quando si potrà tornare a farli senza preoccuparsi delle distanze».

Anche quest’anno, invece, ti allenerai con Martina Bellini e Cristina Pittin, alle quali sei molto legata.
«Pure la loro presenza mi aiuta moltissimo. Come ho detto spesso lo scorso anno, abbiamo un bellissimo rapporto. È importante andare d’accordo e fare gruppo, diventa tutto più semplice quando si va in ritiro e si crea un bel clima con compagne e allenatore, si vive tutto con maggiore tranquillità. Noi tre siamo cresciute tanto assieme e andiamo forte perché abbiamo tutte quel fuoco dentro di voler arrivare, trasmesso anche dal nostro allenatore, Renato Pasini, che ci aiuta a metterci continuamente in gioco proponendoci allenamenti sempre diversi. Non ci abbattiamo mai, ci aiutiamo a vicenda, ci stimoliamo, c’è una competizione sana anche in allenamento, che ci aiuta a dare sempre il cento per cento. Vogliamo migliorare assieme».

A completare il gruppo la nuova arrivata, la 2000 Nicole Monsorno. La presenza di una giovane così competitiva rappresenta uno stimolo in più?
«Tantissimo. Ricordo anche il mio primo incontro con Nicole, quando passai la prima estate da aggregata nelle Fiamme Gialle. Facevamo delle prove sui 15” e non c’era verso per me di vincere. Vedevo sempre questa piccolina che mi batteva di continuo e non ci stavo. Non sono ancora riuscita a rifarmi, ma questa estate vorrò certamente la rivincita. Comunque conosco molto bene Nicole, proprio perché fa parte del mio stesso gruppo sportivo, è una ragazza tosta e forte nelle sprint. Anche con lei sarà quindi stimolante allenarsi».

Per il terzo anno consecutivo il tuo allenatore sarà Renato Pasini. Quanto è importante per te avere questa continuità tecnica?
«Sono stata veramente felice quando Renato Pasini mi ha chiamato per dirmi che sarebbe stato ancora il mio allenatore. Da una parte credevo che non l’avrei più avuto, visto che non ero più Under 23. È importante per me avere un allenatore come lui, con il quale mi trovo a meraviglia, posso anche sfogarmi, parlare liberamente, esprimere le mie idee. Ritengo poi fondamentale essere seguita per più stagioni dallo stesso allenatore, significa conoscersi sempre meglio, consolidare nel tempo il rapporto di fiducia, migliorare come atleta. Sono felicissima perché con lui mi trovo benissimo, abbiamo costruito insieme un percorso che è stato fin qui molto positivo, conosce le mie doti e i punti deboli. Poi Renato sa metterti tanto entusiasmo, ti crea molti stimoli durante gli allenamenti, preparando un programma su misura e proponendo qualcosa di nuovo in ogni allenamento. È una sfida continua, ogni giorno è diverso e ciò ti aiuta a esprimere al meglio le tue potenzialità».

Come vivi il fatto che al momento si abbiano poche certezze sia sui raduni che in particolare sulle gare internazionali della prossima stagione?
«Non ci penso. Al momento sono concentrata a risolvere i miei punti deboli, soprattutto quelli mentali, che solitamente si tende un po’ a sottovalutare durante l’estate, quando si pensa soltanto al lato atletico. Ecco cercherò di curare meglio questo aspetto e capire come affrontare certe situazioni, anche grazie a Renato. Poi ovviamente l’obiettivo sarà presentarsi in forma alle gare, ma anche questi aspetti sono fondamentali per diventare sempre più competitivi».

Cosa significa entrare a far parte di un gruppo che la direzione agonistica ha denominato “Milano Cortina 2026”?
«Da un lato è una bella responsabilità, in quanto significa che la direzione agonistica crede in me e ritiene che abbia le potenzialità per rappresentare l’Italia nell’Olimpiade casalinga. Dall’altro è bello veder nascere un progetto che non punta solo al risultato immediato, ma a preparare una squadra per essere competitiva nel tempo fino al 2026. La cose che più mi piace è notare che si punti non solo sui singoli ma sul gruppo, c’è voglia di creare una squadra che funzioni e sia compatta. Per farlo serve più di un anno, ma creando una bella unione si costruisce una squadra in grado di ottenere risultati importanti con maggiore facilità».

Sta scalpitando in vista del raduno che partirà domani in Val Martello. Daniele Cappellari non vede l’ora di tornare a lavorare con i compagni di squadra. Il friulano, classe 1997, reduce dalla sua prima vera stagione in Coppa del Mondo e dalla partecipazione al Mondiale di Anterselva, è molto motivato dalla prospettiva di allenarsi con i quattro big del movimento azzurro, tirarsi il collo con i più giovani e soprattutto dimostrare alla direzione agonistica di aver fatto bene a puntare su di lui per il progetto “Milano Cortina 2026”. Di questo ne abbiamo parlato nell’intervista che l’atleta delle Fiamme Oro ci ha concesso.

Ciao Daniele. Scatterà domenica in Val Martello il primo raduno in vista della stagione 2020/21; sei pronto?
«Prontissimo. Finalmente possiamo partire nuovamente con gli allenamenti di gruppo, dopo un periodo nel quale ci siamo allenati da soli. Sono molto contento e non vedo l’ora di confrontarmi con gli altri. Si riparte».

Sei stato inserito nel neonato gruppo Milano Cortina 2026, che si allenerà con i quattro big azzurri, segno che la direzione agonistica crede in te; ciò cosa significa per te?
«Sicuramente mi ha fatto un grandissimo piacere essere stato confermato in Squadra A, posso solo essere contento di questo. Sinceramente fino all’uscita delle squadre non sapevo cosa aspettarmi, anche se ovviamente mi auguravo di esserci. Da una parte sono rimasto sorpreso nel vedere la presenza di noi giovani, mentre sono rimasti fuori atleti come Bormo (Bormolini, ndr) e Beppe (Montello, ndr), da anni presenti in Coppa del Mondo. L’obiettivo della federazione è quello di far crescere noi giovani per arrivare pronti a quell’appuntamento che è tanto importante per noi e per il paese. Ora devo ripagare la fiducia dei tecnici e crescere di livello».  

Cosa significa allenarsi con atleti di fama internazionale come Wierer, Vittozzi, Hofer e Windisch?
«È impressionante quanti stimoli riescono a darti in allenamento. Quando ti alleni nella squadra juniores, sei con i tuoi coetanei ed il livello è più o meno simile. Invece qui il confronto è con atleti molto più avanti di te, gente di calibro internazionale, che da anni è nel circuito che conta. Ciò ti stimola a tirare fuori il meglio di te in ogni allenamento. Dal punto di vista mentale e fisico avrò continuamente tante motivazioni per dare sempre il massimo e ciò potrà solo aiutarmi a crescere. Inoltre è importante stare con loro anche al di fuori dell’allenamento o la competizione, conviverci in appartamento, vedere come si comportano quando non gareggiano, come si rilassano o gestiscono la pressione. Bisogna sempre prendere appunti».  

Dall’altra parte, un altro stimolo immagino sia per te la presenza di Giacomel e Bionaz, due 2000 che hanno già fatto un esordio positivo in Coppa del Mondo.
«Si sono ampiamente meritati l’ingresso in Squadra A con una stagione veramente molto buona, Tommy è riuscito addirittura ad andare a punti all’esordio in Coppa del Mondo. Sono due giovani molto forti e credo possano stare benissimo a questi livelli. Non li vedo come una minaccia, perché considero una cosa positiva la presenza di atleti forti più giovani di me, in quanto si può imparare tanto anche da loro. Sono contento che siano entrati in squadra, anche perché pure io sono giovane e sarà bello vivere insieme a loro queste nuove avventure. Mi piace questo gruppo, è bello variegato».  

Quella passata è stata la tua prima stagione disputata quasi per intero in Coppa del Mondo; qual è il tuo bilancio?
«Direi mediamente positivo. Sono molto contento di essere cresciuto parecchio al tiro, anche perché a fine stagione ho addirittura scoperto di aver avuto la percentuale di Johannes Bø. Sono sicuramente meno contento delle mie prestazioni sugli sci, non sono mai riuscito a dare il meglio di me e mi è sembrato addirittura di andare più piano rispetto agli altri anni. Ne ho parlato con gli allenatori, i quali mi hanno spiegato che succede spesso al primo anno senior, in quanto ho svolto un carico d’allenamento superiore rispetto al passato, al quale il corpo non era abituato. In preparazione ho fatto circa un centinaio di ore in più rispetto agli anni precedenti, così quando sono arrivato all’inverno il fisico non è riuscito a dare il cento per cento. Gli allenatori però mi hanno detto che quest’anno potrò raccogliere i frutti del lavoro fatto e sicuramente lavoreremo in virtù di questo. Vedremo come va, sono fiducioso».

Cosa porti nel tuo bagaglio da questa prima stagione di Coppa del Mondo?
«Ho imparato a gestire meglio la pressione. Quando feci il mio esordio ad Oslo, sentii parecchio la presenza di tanta gente sugli spalti, così come ad Anterselva l’anno successivo quando feci l’esordio individuale. Piano piano ho imparato a gestire questa cosa, perché all’inizio il pubblico può distrarti, fai fatica a focalizzarti completamente sul lavoro da fare, sparare bene ed andare forte sugli sci».

Quanto vedi ancora distante la zona punti?
«Purtroppo lo scorso anno anche con un doppio zero non riuscivo ad avvicinarmi alla zona punti, tanto che non sono riuscito a raggiungere il mio obiettivo personale di qualificarmi all’inseguimento. Questo mi ha un po’ demoralizzato, perché sei lì che lotti, spari bene, ma non riesci a dare quel qualcosa in più sugli sci che sarebbe bastato per entrare almeno tra i sessanta. Purtroppo lo scorso anno non c’è stato proprio verso di riuscire a far girare queste gambe. In gara mi è sembrato a volte di correre per sopravvivere, piuttosto che farlo per aggredire la zona punti come avrei voluto. Da atleta cerchi sempre di dare il meglio e quando non ce la fai dà fastidio, è demoralizzante. Quest’anno proseguirò però nel mio lavoro, seguirò con grandissima fiducia i tecnici e sono convinto che se farò le cose per bene, non sia una cosa irraggiungibile conquistare i primi punti di Coppa del Mondo. Dovrò essere bravo a mantenere la stessa percentuale al tiro, riuscendo però ad andare più veloce sugli sci».

Lo scorso febbraio hai vissuto l’emozione di partecipare al Mondiale di Anterselva. Che esperienza è stata? In quei giorni hai mai pensato alla possibilità di essere lì nel 2026 per un’Olimpiade?
«Ovviamente il pensiero sulle Olimpiadi l’ho fatto e ho ancora più voglia di crescere e mantenermi poi su buoni livelli per esserci. Tutta la passata stagione è stata per me molto emozionante, in quanto era tutto nuovo, le piste, le tv e i media presenti. A queste cose si è aggiunta Anterselva, dove ero il più giovane della squadra, al primo Mondiale e per giunta in casa. Purtroppo ho fatto poche gare, ma in quei momenti mi sono divertito e soprattutto emozionato, da una parte è come essere riuscito a ottenere i miei primi punti. C’era molta folla, compresi tanti tifosi italiani, più rispetto all’anno precedente, che ci incitavano. È stato tutto molto bello».

Un’ultima domanda. In molti hanno criticato la presenza della super sprint nel calendario di Coppa del Mondo. Immaginiamo tu abbia un’opinione diversa, visto che in questo format sei salito sul podio in IBU Cup.
«A me piace (ride, ndr). Questo format rientra proprio nei miei parametri ideali, in quanto bisogna essere un tiratore veloce e preciso, inoltre in un giro così corto riesco a dare molto, perché sono un atleta più da sprint che da grande distanza. È una gara che è nelle mie corde, visto che vi ho ottenuto i miei unici podi in IBU Cup. Sono curioso di vedere come gestiranno questa gara in Coppa del Mondo. Io ovviamente spero di ripetermi, anche se sarà tutt’altro livello altra cosa. Ma al risultato pensiamo dopo».

Quando a Irene Lardschneider abbiamo chiesto come vada affrontata questa gara, ci ha risposto di chiedere a te, in quanto sei l’esperto. Allora spiegaci.
«La concentrazione deve essere sempre al massimo, perché ogni minimo particolare può fare la differenza essendo una gara molto breve. Non puoi permetterti di sbagliare, in quanto, anche se vai forte sugli sci, è difficilissimo recuperare. A me piace come format, è il mio, anche se ci vuole un po’ di fortuna, in quanto deve girare tutto perfettamente. Se rompi un bastoncino o cadi sei fuori, ma anche se hai un problema al poligono. Ad esempio, nella super sprint degli Europei mi si è inceppato il caricatore, così non sono riuscito a qualificarmi. Insomma, se ti accade una cosa del genere sei fuori dai giochi»

Quando ha ricevuto la comunicazione che non avrebbe fatto parte della nazionale 2020/21, Elisa Brocard è rimasta molto dispiaciuta. Non tanto per le difficoltà che potrà trovare allenandosi da sola, dal momento che ha l’esperienza per farlo bene, essendo riuscita già in passato a cogliere risultati positivi allenandosi con la squadra di sede del Centro Sportivo Esercito. La valdostana, classe 1984, si è sentita ferita soprattutto nell’orgoglio, essendo stata l’unica tagliata dalla Squadra A della passata stagione, considerando sia gli uomini che le donne. Delusione che non è riuscita a nascondere nell’intervista che ci ha concesso.

Ciao Elisa. Non ti sei mai fermata nemmeno durante il lockdown, quando ti sei allenata molto a casa; dicci, però, quanto è stato bello per te tornare a farlo anche all’aperto?
«È bellissimo, si tratta di un ritorno alla normalità. Devo ammettere che da una parte non mi è dispiaciuto stare a casa negli scorsi mesi, in quanto solitamente giriamo moltissimo. Però mi mancava correre nel bosco, allenarmi all’aria aperta. Appena si è potuto, sono andata a fare una corsa e quasi non ricordavo quanto fosse bello. Certe cose ormai tendiamo a darle per scontate, le facciamo quasi senza pensarci e dar loro la giusta importanza. Ecco, in questi mesi nei quali ci sono state negate abbiamo capito quanto siamo fortunati».

Due settimane fa la FISI ha annunciato le squadre di fondo per la stagione 2020/21 dalle quali sei assente; te l’aspettavi?
«Sinceramente sono rimasta sorpresa e dispiaciuta. Da una parte immaginavo ci sarebbero stati dei tagli e anch’io rischiassi di restar fuori, ma quando sono uscite le squadre mi sono accorta che l’unico taglio è stato il mio. Ciò mi ha fatto un po’ male. Comprendo la scelta giovani, anzi ritengo giustissimo dare spazio agli atleti che rappresentano il futuro e consentire loro di crescere, però pensavo di valere ancora la nazionale. Credevo di poter far parte ancora della Squadra A, oppure essere almeno aggregata, come è stato fatto nelle altre discipline. Per esempio nel biathlon hanno formato un gruppo osservati, composto dagli atleti più esperti che sono stati esclusi».

Nonostante l’esclusione ci sembra che hai ancora intenzione di metterti in gioco. Prima di farlo hai pensato anche a un possibile ritiro?
«Ci pensai soltanto l’anno scorso, quando ebbi quel brutto incidente in allenamento, che mi costò tutta la preparazione. Ora invece no, anche se l’esclusione dalla squadra è stata una grande delusione. Soprattutto dopo quanto è accaduto lo scorso anno, pensavo di meritare un trattamento diverso. L’incidente non vuole essere una scusa, qualche risultato è poi arrivato ugualmente, ma visto che quanto accaduto non era dipeso da me, mi auguravo venisse preso in considerazione. Invece sono l’unica tagliata del gruppo. Inoltre nel finale di stagione avevo dati dei segnali di ripresa, finalmente avevo raggiunto una buona condizione, così mi ero comportata piuttosto bene nello Ski Tour scandinavo, soprattutto a Östersund e Meraker, ma purtroppo la stagione è finita anticipatamente».
        
Hai accennato spesso all’incidente avuto lo scorso anno.
«È accaduto proprio un anno fa, a giugno, mentre ero fuori con la nazionale, durante un allenamento con gli skiroll sul tapis roulant. A causa di un problema tecnico il tappeto ha iniziato ad accelerare sempre di più, scaraventandomi a terra e causandomi un trauma facciale con la rottura di tre denti. Oltre al problema fisico, che mi ha costretta a fermarmi, questo evento mi ha anche buttato giù moralmente. Se poi ci aggiungiamo che un mese dopo sono riuscita anche a prendermi l’influenza in piena estate».

Ora ripartirai con la squadra di sede del Centro Sportivo Esercito. Chi ti seguirà?
«Lavorerò con i tecnici Sergio Bonaldi e Fabio Pasini. Con loro abbiamo deciso di proseguire sulla linea tracciata in questi cinque anni da Simone Paredi ed Erik Benedetto. Seguirò quindi questo programma, poi quando faremo i raduni insieme al Centro Sportivo Esercito, sarò seguita da Bonaldi e Pasini che mi daranno tutti gli input necessari».

Cosa dovrai fare per riprenderti il posto in Coppa del Mondo?
«Andare forte, visto che mi è stata assicurata la presenza di alcune gare di selezione aperte a tutte. Spero sia effettivamente così e non venga fatto il discorso sull’età anche in quel momento. Comunque negli ultimi anni alcune atlete, come Ilaria Debertolis e Sara Pellegrini, hanno gareggiato in Coppa del Mondo pur partendo dalle squadre di sede, quindi confido sarà così anche per me».

La motivazione è ancora alta?
«Si, è abbastanza alta, soprattutto adesso che ho inquadrato meglio la situazione. All’inizio ero rimasta un po’ destabilizzata dall’esclusione. Ora però ho messo assieme tutti i tasselli con il Centro Sportivo, facendo un bel programma di preparazione insieme a Simone ed Erik, con l’obiettivo di arrivare in forma già alle prime gare. Devo dire che poi tanta motivazione l’ho avuta grazie a tante persone che mi hanno scritto, invitandomi a non mollare. Voglio ringraziare quindi chi crede in me, il Centro Sportivo Esercito e il mio sponsor Eletrodotti Cantamessa».

L’obiettivo sono quindi le Olimpiadi di Pechino?
«Certamente. Indicativamente questi saranno i miei ultimi anni di carriera, quindi ci terrei a fare ancora bene sia ai Mondiali di Oberstdorf che alle Olimpiadi di Pechino. Penso di poter ottenere ancora buoni risultati, visto quanto fatto nella stagione 2018/19, Mondiali compresi».

Con il passaggio di Fulvio Scola alla guida del gruppo Milano Cortina 2026 maschile, Francesca Baudin guiderà la squadra di sede delle Fiamme Gialle, mentre lo scorso anno Michela Andreola era nello staff tecnico dell’Under 23; un giorno vedremo allenare anche Elisa Brocard?
«È una cosa a cui ho pensato spesso negli ultimi anni e sicuramente mi piacerebbe provare, magari aiutando il Centro Sportivo Esercito oppure lavorando con i più giovani. Alla fine in questi anni da atleta ho maturato tanta esperienza e ho fatto tutti i corsi necessari per allenare. Fortunatamente Francesca e Michela sono la dimostrazione che noi donne iniziamo a ritagliarci uno spazio anche in questo campo e mi auguro si possa essere sempre di più».

Sei l’ultima atleta azzurra ad aver ottenuto una top ten in una distance. Pensi che presto vedremo altre italiane infilarsi nelle prime dieci anche in gare diverse dalle sprint?
«Penso proprio di si. Credo nelle nostre giovani, in particolare in Anna (Comarella, ndr), che lo scorso anno ha già fatto vedere delle buone cose. Penso che da lei ci si possa aspettare quel passo in più. Ma non dobbiamo metterle troppa fretta, ricordiamoci che è solo una ’97, discorso che vale per tutte le ragazze di quel gruppo. Sicuramente per Francesca Franchi, Cristina Pittin, Martina Bellini e Nicole Monsorno sarà molto stimolante allenarsi con due atlete come Anna e Caterina (Ganz, ndr), che hanno già una discreta esperienza in Coppa del Mondo e hanno anche ottenuto alcuni buoni risultati. A proposito di questo, vorrei dire un’ultima cosa».

Certo.
«Mi dispiace tanto per Simone (Paredi, ndr), perché la nostra squadra femminile è stata l’unica ad aver subito uno stravolgimento, nonostante nella stagione 2018/19 siamo riuscite tutte a ottenere il nostro miglior risultato in Coppa del Mondo e nell’ultima stagione Lucia (Scardoni, ndr) e Greta (Laurent, ndr) abbiano ottenuto un quinto e un settimo posto, risultati che dalle donne non si avevano da anni. Simone si meritava di portare avanti il progetto iniziato due anni fa, perché in questo breve periodo di tempo già avevamo tutte fatto dei miglioramenti»

Ha ripreso a lavorare la nazionale norvegese femminile di fondo. A cinque mesi dall’ipotetico via della stagione, coronavirus permettendo, Johaug e compagne si sono ritrovate a Oslo per il primo raduno. Assente Ingvild Flugstad Østberg, come vi avevamo già scritto ieri, le altre si sono allenate assieme anche sugli skiroll.

Sono però subito esplose le prime polemiche. Una troupe di NRK e alcuni fotografi, infatti, hanno seguito dal vivo la sessione di allenamento, facendo notare che non sono state sempre rispettate le distanze di sicurezza richieste dalle restrizioni stabilite dalla stessa federazione norvegese di fondo. Raramente le atlete hanno girato a due metri di distanza, ma soprattutto in una foto diffusa da “Stella Pictures” si possono notare Therese Johaug e Hedda Östberg Amundsen avanzare a spinta affiancate. In realtà lo stesso hanno fatto anche le altre atlete della squadra.

Espen Bjervig, team manager della nazionale, non ha cercato giustificazioni: «Nell’allenamento odierno non siamo riusciti a rispettare le nostre regole. È difficile, ma dobbiamo impegnarci nel mantenere delle distanze maggiori. L’episodio di oggi non è stato positivo. So che rispettare le restrizioni possa essere molto impegnativo, ma seconto che tutti sono motivati nel farlo».

Anche il medico Øystein Andersen, che ha aggiunto delle regole extra per lo sci di fondo rispetto ad altri sport, biathlon compreso, ha concordato sul fatto che le regole siano state violate: «Peccato. Durante questo allenamento bisognerebbe mantenere due metri di distanza. Il mio compito è valutare il rischio e sappiamo che la distanza è un mezzo importante per ridurre le possibilità di infezione. Quindi deve essere rispettato».

Va detto che mantenere costantemente una distanza di due metri non è certo facile. Anche perché non tutte le atlete hanno lo stesso passo, quindi ci possono stare dei sorpassi. Immaginiamo che se dei fotografi dovessero recarsi nei campi di allenamento di altre squadre nazionali, molto probabilmente riscontrerebbero in determinati momenti le stesse violazioni.

Nell’ultimo periodo abbiamo scritto tanto sulle problematiche dello sci di fondo e le responsabilità della FIS. Abbiamo quindi contattato Pierre Mignerey, da diversi anni direttore di gara della Coppa del Mondo di sci di fondo, per avere le idee più chiare su come funzionano le cose all’interno della federazione internazionale. Con lui abbiamo parlato delle polemiche sul calendario, la vicenda fluoro, l’emergenza coronavirus, la confusione causata dai tanti format di gara e molto altro.

Buonasera Mignerey e grazie per la disponibilità. Partiamo dall’attualità. In che modo la FIS sta fronteggiando l’emergenza coronavirus? Questa pandemia potrebbe avere un impatto sulla prossima stagione?
«Finora l’impatto dell’epidemia di Covid-19 sulla nostra disciplina è stato piuttosto limitato. Siamo stati fortunati ad essere stati colpiti soltanto alla fine della stagione di Coppa del Mondo 2019/20. Ora la preoccupazione principale, a parte il virus in sé, è la durata delle restrizioni imposte dai Governi e quindi l’impatto complessivo sulle attività e le finanze nei prossimi mesi. Le restrizioni stanno influenzando – e continueranno a farlo – gli atleti nella loro preparazione e nell’allenamento per la prossima estate e la stagione invernale. A seconda della durata di queste restrizioni, l’organizzazione delle competizioni sugli skiroll durante l’estate e forse anche sugli sci nel prossimo inverno potrebbe essere messa a repentaglio.
Inoltre, le conseguenze finanziarie dell’epidemia di Covid-19 stanno colpendo tutti in ogni parte della società. Le Associazioni Nazionali di Sci, gli organizzatori delle gare, l’industria dello sci subiranno molto probabilmente un impatto finanziario a causa degli enormi disagi nel business e nell’economia. Noi dobbiamo assolutamente prendere in considerazione questo fattore quando arriverà il momento di pianificare il calendario»
.

Tempo fa abbiamo analizzato lo “stato di salute” dello sci di fondo, definendolo in crisi. È d’accordo? Secondo lei quali sono le cause principali delle difficoltà della disciplina?
«La situazione è molto differente paese per paese. Per esempio, lo sci di fondo è oggi a livelli altissimi in alcune nazioni come Norvegia, Svezia e Finlandia, si sta sviluppando e crescendo in altre, come per esempio Stati Uniti, Russia e Cina, mentre sta affrontando alcune prove difficili in altre nazioni, soprattutto nella parte centrale dell’Europa.   
Oltre alle disparità geografiche ci sono anche altri motivi e fattori dietro questo “stato di salute” come l’ha definito. Non è quindi facile identificare i motivi chiave e trovare un accordo comune sulle azioni che dovrebbero essere intraprese.
Detto ciò, penso che siamo tutti d’accordo sul fatto che sia importante avere il numero più alto possibile di nazioni al top in Coppa del Mondo e atleti che possono lottare per il podio di volta in volta.
Un’altra difficile sfida è certamente legata ai cambiamenti climatici e le loro conseguenze sullo sci come sport ma anche come tempo libero e attività turistica.
Questi due elementi dovrebbero essere sempre presi in considerazione quando discutiamo del futuro dello sci di fondo»
.

Nelle ultime stagioni sono stati molti criticati i calendari della Coppa del Mondo, a causa del numero elevato di gare e viaggi, che ha spesso spinto alcuni atleti a saltare delle competizioni. Perché non si snellisce il calendario, aggiungendo anche delle settimane di pausa, per permettere ai migliori fondisti di essere sempre presenti?
«Si, il calendario dell’ultima Coppa del Mondo era molto intenso e con troppe competizioni e viaggi. È chiaro che avessimo troppi eventi e località sul calendario. Per la prossima stagione il programma della Coppa del Mondo appare assai migliore e bilanciato. Ci stiamo avvicinando alla formula giusta con alcune pause e una pianificazione nettamente migliore in termini di logistica e viaggi. La grande maggioranza delle nazioni capisce che abbiamo bisogno di più qualità e meno quantità, ma allo stesso tempo nessuno vuole perdere gli eventi già esistenti. Questa è la ragione per cui è così difficile fare questo passo in avanti».

Come viene sviluppato il calendario? Chi prende le decisioni?
«La pianificazione del calendario è un processo complesso nel quale ci sono molti elementi, alcune volte anche contrastanti, da prendere in considerazione. Ma avete ragione, è importante capire come viene fatto il calendario e prese tutte le altre decisioni.
La FIS è la federazione internazionale che raccoglie le varie Associazioni Nazionali di Sci. L’intero sistema è organizzato con dei comitati nei quali le Associazioni Nazionali discutono e votano regole, calendari e tutte le altre questioni. Tutte le proposte vengono discusse e votate nei rispettivi sotto-comitati, quindi portate al Comitato dello Sci di fondo e a quel punto approvate o meno dal Consiglio della FIS. Quindi, come potete vedere, le regole e i calendari sono il risultato di un processo democratico, nel quale la maggior parte delle nazioni vengono rappresentate. Come professionisti della FIS diamo delle opinioni, coordiniamo le discussioni ma non abbiamo alcun diritto di voto.
La pianificazione del calendario è certamente la sfida più difficile perché è il risultato di molti compromessi e ogni nazione organizzatrice combatte duramente per mantenere i propri eventi, quando allo stesso tempo nuove nazioni sono interessate ad ospitare gare di Coppa del Mondo»
.

Pensa che troppi format di gara, un sistema di assegnazione dei punti che cambia spesso e tanti punti bonus, abbiano creato confusione nello spettatore? Perché non si prende esempio dal biathlon, che ha meno format e più chiari?
«Abbiamo passato due anni, dal 2016 al 2018, a discutere sui format di gara. Un gruppo di lavoro era stato costituito ed era giunto alla conclusione che dovevamo ottimizzare il nostro programma di gare con una combinazione di tradizione e attuali tendenze. Il gruppo si presentò con una serie di proposte concrete. Sfortunatamente l’intero pacchetto di proposte venne bocciato dal Comitato dello Sci di Fondo. Il nostro problema principale è la presenza di tante opinioni diverse da paese a paese e da persona a persona. Alla fine è la maggioranza a decidere, che ci piaccia o no.
Il sistema di assegnazione dei punti è un’altra questione. È probabilmente corretto affermare che stiamo cambiando troppo spesso e che si stia creando confusione nello spettatore. La ragione è che non abbiamo ancora veramente trovato il sistema perfetto. Ma alla fine, credo sia un piccolo dettaglio che solo gli specialisti possono veramente notare. Lo spettatore medio è più condizionato dai risultati degli atleti della sua nazione, dall’esposizione televisiva e dall’azione e le emozioni che i format di gara possono generare»
.

A differenza dello sci di fondo, negli ultimi anni il biathlon sta crescendo. Secondo lei l’IBU ha lavorato meglio rispetto alla FIS? Se si, in cosa?
«Prima di tutto il biathlon è uno sport spettacolare con molte grandi componenti: dramma, il tiro che rimescola le carte nello stadio, una struttura compatta e tanto altro. Questo calza a pennello con il mondo dello sport come intrattenimento nel quale viviamo oggi. Sappiamo anche, per esperienza, che tra i più grandi fattori di crescita in un singolo paese ci sono i risultati dei propri atleti nazionali e la presenza di stelle. Un singolo atleta può cambiare completamente le dinamiche e avere un enorme impatto sullo sviluppo di uno sport in uno specifico paese.
L’IBU ha ovviamente fatto un grande lavoro nel capitalizzare i suoi punti di forza e trasformare il biathlon in uno degli sport invernali più popolari. Abbiamo certamente alcune cose da imparare dall’esperienza del biathlon, ma non penso che possiamo paragonare veramente FIS e IBU, che hanno due strutture molto diverse, specialmente in termini di marketing e diritti tv»
.

Soltanto dopo la sprint di Konnerud, atleti, allenatori, tifosi e giornalisti hanno saputo che i punti assegnati dallo Sprint Tour sarebbero stati validi anche per la classifica della Coppa del Mondo Sprint. Cos’è accaduto? Come mai nel corso di tutta la stagione, anche sul sito FIS, nella classifiche della coppa di specialità sprint erano presenti 14 eventi anziché 15?
«L’idea dello sprint tour era nata durante le nostre conferenze per creare un’affascinante serie di eventi cittadini per gli sprinter e chiudere così la stagione delle sprint. Era una parte fondamentale di questa idea l’assegnazione di tanti punti di Coppa del Mondo generale attraverso questo Tour e renderlo decisivo per la Coppa del Mondo Sprint. Tutte le nazioni erano state d’accordo su questo punto.
Detto ciò, devo ammettere che la comunicazione delle regole non è stata abbastanza buona né chiara. Anche la nostra società di cronometraggio e dati non le aveva capite in modo appropriato e questa è la ragione per cui la classifica generale dello Sprint Tour era assente dal tabellone»
.   

Come mai non avete deciso di cancellare immediatamente le gare nord americane di Coppa del Mondo, quando la situazione internazionale stava peggiorando a causa del coronavirus?
«In quel momento ci siamo trovati all’interno di un momento critico che stava cambiando molto velocemente. L’intera situazione è cambiata in poche ore e la cancellazione di un evento di Coppa del Mondo è un problema complesso con molteplici conseguenze, specialmente quando avviene dopo la conferma finale della data, a nove giorni dalla prima gara. Noi, come FIS, non abbiamo legalmente la possibilità di cancellare un evento in qualsiasi momento. Alle Associazioni Nazionali di sci sono assegnati i diritti organizzativi per ogni manifestazione. Inoltre, la decisione di cancellarla è il risultato di una discussione tra la FIS, gli organizzatori e la rispettiva Associazione Nazionale. La scelta finale spetta però all’organizzatore locale.
Noi eravamo in costante dialogo con gli organizzatori in USA e Canada e le rispettive Associazioni Nazionali, ma è importante capire che l’onda del Covid-19 e la decisione delle autorità sanitarie locali erano arrivate in Nord America alcuni giorni dopo rispetto all’Europa. Eravamo molto lontani dall’immaginare e credere che la situazione sarebbe cambiata così velocemente. Lo stesso è accaduto nella maggior parte degli altri paesi europei, che non avevano capito quanto fosse complicata la situazione in Italia, quando ci trovavamo a Lahti o Drammen. Quindi si, a posteriori possiamo dire che la decisione è stata presa troppo tardi, ma contestualizzando non riesco a vedere tante cose che avremmo potuto fare diversamente»
.

Un’ultima domanda. Dalla prossima stagione l’uso dei prodotti fluorurati sarà vietato, ma la FIS non ha ancora provato il macchinario per controllare la loro presenza sotto gli sci. Alcuni ritengono che sarebbe il caso di aspettare un paio d’anni e rimandare questa svolta epocale dopo le Olimpiadi di Pechino. Cosa ne pensa?
«La decisione è stata presa al livello più alto della FIS, il Consiglio FIS. Come dipendente della FIS il mio lavoro non è di discutere la decisione. Il mio compito è di lavorare, insieme a un gruppo di lavoro speciale, sull’attuazione del divieto, lo sviluppo di una macchina per effettuare i test e sulla procedura di controllo»

Johannes Klæbo ha ora un motivo in più per sorridere, anzi 25 milioni. Il campione norvegese, infatti, ha firmato un accordo di sponsorizzazione con Uno-X, una catena di distributori di benzina No Logo in Norvegia e Danimarca, che negli ultimi anni sta investendo molto nello sport, in particolare nel ciclismo.

L'accordo è valido fino 2025 e si concluderà quindi con i Mondiali che dovrebbero essere assegnati a Trondheim. Secondo VG, Klæbo guadagnerà 25 milioni di corone norvegesi in cinque anni, al cambio attuale 2.347.837 euro. Insomma una cifra annuale di 469.000 euro. Cifre altissime per un fondista, battute solo da quelle di Northug con la Coop, che era di 30 milioni.

Klæbo non ha reso pubbliche le cifre dell’accordo, quando ha annunciato la firma con il gruppo petrolifero danese: «Non penso di dover dire le cifre – ha affermato il campione norvegese – ma è senza dubbio un affare importante. Penso sia una vittoria per entrambe le parti. La prospettiva a lungo termine, fino al 2025, è buonissima».

Uno-X Norge sarà quindi il partner principale di Johannes Klæbo, che sfrutterà quindi la possibilità, data agli atleti dalla federazione norvegese, di poter avere un proprio sponsor.

Klæbo ha già indossato la tuta della squadra ciclistica norvegese, con la quale cercherà anche di allenarsi quando gli sarà permesso dalla preparazione: «Sarà interessante per me scambiare la mia esperienza con la loro su altitudine e allenamento – ha affermato a VGprobabilmente avremo molto da condividere. Una cosa è certa, sarà eccitante entrare in contatto con un altro ambiente professionale al di fuori dello sci, penso sia necessario per fare altri progressi».

Lo scorso inverno ha vinto la Marcialonga, ora ha annunciato il ritiro. A 35 anni Kari Vikhagen Gjeitnes ha deciso di appendere gli sci al chiodo. L’ha fatto al termine di una stagione molto positiva, nella quale ha vinto la storica gara italiana, suo primo successo nel Visma Ski Classics, giungendo anche seconda nella classifica per il pettorale giallo. «È un giorno al quale ho pensato per molto tempo – ha affermato la norvegese sul suo account Instagramma ora ho deciso di lasciare. Ogni cosa ha il suo tempo, ora desidero maggiormente vivere fuori dallo sport che al suo interno. Sono orgogliosa e felice di tutto quello che ho ottenuto nello sci di fondo. Molti obiettivi sono stati raggiunti, ma in egual misura i bei ricordi sono legati a tutte le persone incontrate e i luoghi che ho visto».

In passato la norvegese ha gareggiato anche in Coppa del Mondo. Nel 2005 vinse l’oro nella sprint dei Mondiali Junior di Rovaniemi, davanti a Jacobsen e Ingemarsdotter. Il suo miglior risultato in Coppa del Mondo è un quarto posto nella sprint in classico di Östersund del 2015, mentre l’unico podio l’ha ottenuto a squadre, nella team sprint di Liberec del 2011, nella quale giunse terza in coppia con Celine Brun-Lie, alle spalle delle vincitrici Falla – Bjørgen e le seconde classificate Genuin – Longa. Kari Vikhagen Gjeitnes arrivò anche quinta nella sprint del Mondiale di Falun del 2015.
    
Entrata nel circuito Visma Ski Classics nel 2017, Kari ha vinto la Marcialonga nell’ultima stagione, terminando la gara con un vantaggio di 7” sulla compagna di squadra del Team Koteng, Astrid Øyre Slind.

La sua stagione agonistica è solitamente molto lunga, dal momento che in estate è tra i grandissimi protagonisti della Coppa del Mondo di skiroll e in inverno battaglia nelle super sprint dello sci di fondo. Emanuele Becchis è reduce da un 2019/20 molto positivo, soprattutto sugli sci da fondo, ed è già tornato al lavoro per farsi trovare pronto nell’eventualità che parta la stagione internazionale dello skiroll.

«Ho ripreso ad allenarmi con calma – ha ammesso Becchis a Fondo Italianon ho troppa fretta, visto che gli obiettivi sono ancora lontani e preferisco quindi non stressarmi troppo. A breve aumenterò però la mole di allenamento per farmi trovare pronto al via della stagione dello skiroll».

L’atleta piemontese è convinto infatti che alla fine la Coppa del Mondo prenderà il via, nonostante le incertezze dovute al covid-19, che hanno già portato alla cancellazione proprio della tappa italiana, inizialmente programmata a metà settembre in Val di Fiemme. «Penso che la stagione ci sarà – ha affermato l’azzurro dello skiroll – anche se ovviamente è tutto legato all’evolversi di questa pandemia, che non possiamo certo cambiare noi. Penso però le soluzioni siano due: se questo virus dovesse iniziare a essere sempre meno pericoloso, magari potrebbero esserci già le gare a fine luglio; altrimenti credo che saranno inserite tante competizioni a fine stagione, quindi tarda estate inizio autunno. Non sto prendendo in considerazione la possibilità che non si gareggi e non ho cambiato nulla del mio approccio alla preparazione. Come sempre sono partito lento in quanto ho bisogno di staccare, visto che non ho modo di farlo in autunno quando termina la stagione dello skiroll. Cerco di trovare la forma lentamente a luglio o ad agosto, sfruttando anche le gare italiane per entrare in condizione. Adesso aspettiamo i calendari, sapremo qualcosa in più tra un paio di settimane, solo allora potremo fare una programmazione e fissare gli obiettivi».

In primavera Emanuele Becchis ha anche cambiato sci club passando, insieme a suo fratello Francesco, all’Entracque Alpi Marittime: «Siamo entrambi passati a questo sci club, sempre del cuneese. Molto è legato anche a un discorso lavorativo, in quanto collaboreremo con la cosiddetta “Valanga Arancio” come allenatori. Già lo scorso anno avevo dato una mano, ma ora sarò ufficialmente al fianco di Amos (Pepino, ndr) e Tommaso (Custodero, ndr). Per quanto mi riguarda lavorerò principalmente sulla parte tecnica, senza avere un gruppo fisso».

Lo scorso inverno Emanuele Becchis è stato anche protagonista del neonato “World Sprint Series”, il circuito delle sprint da cento metri. Sulla carta il cuneese l’ha anche vinto, pure se il suo successo non è ancora stato ufficializzato: «Ho vinto le tappe di Trysil e Oberammergau, giungendo anche secondo a Dresda. Al termine del World Sprint Series mancavano ancora due tappe, una in Russia e l’altra in Norvegia, la Ludde Open, entrambe cancellate per il Covid-19. Ero in testa alla classifica dopo l’ultima tappa disputata, quindi mi aspetto diano presto l’ufficialità della vittoria, dal momento che nel regolamento era scritto per ogni gara veniva assegnato il punteggio FIS».

Sicuramente il piemontese non può lamentarsi dei risultati ottenuti nell’ultima stagione, anche perché si è tolto la soddisfazione di battere Ludvig Jensen, cosa che non gli era mai riuscita in precedenza: «È stata una stagione invernale positiva per me. Mi sono confermato tra i più veloci del circuito e ho anche vinto due volte, riuscendo finalmente a battere Ludivg Jensen. Quando un anno fa feci il record mondiale sui cento metri, togliendolo proprio al norvegese, lui era assente. Insomma tutte le vittorie della passata stagione le avevo ottenute senza batterlo, perché lui era fermo a causa di un infortunio. Quest’anno, invece, era lì presente, ha vinto la prima gara ad Östersund, poi l’ho sconfitto nelle restanti tre sprint, giungendo secondo a Dresda e vincendo nelle altre due occasioni. In ogni caso, quest’anno abbiamo scoperto dei nuovi specialisti delle super sprint, come il forte svedese Johannes Hortlund».

Andando sul sito del World Sprint Series, però, non si trovano le classifiche delle gare della stagione appena conclusa, addirittura risulta il Ludvig Open del 4 aprile 2020 come “prossimo appuntamento”. Insomma, la sensazione è che il sito sia stato un po’ abbandonato. Segno che il circuito si fermerà dopo un solo anno? Becchis immagina che si andrà avanti: «Loro dicono che si proseguirà, quindi penso e spero di si. Dall’Italia alcune località mi hanno anche contattato chiedendomi di essere inserite in questo circuito. Gli organizzatori affermano di aver ricevuto tante richieste da località che vorrebbero far parte di questa competizione. Da quanto ho capito, però, al momento hanno qualche difficoltà con degli sponsor e non è chiaro nemmeno se ci sarà un premio finale per il vincitore della classifica generale. Mi auguro si possa andare avanti con questo circuito, ma sono anche convinto che se non sarà così, le super sprint riusciranno comunque a trovare il loro spazio».

Per Becchis, infatti, questo format di gara ha riscosso molto successo nell’ultima stagione e pensa quindi che saranno sempre di più le gare, anche fuori dal circuito ufficiale, che verranno disputate: «Nell’ultimo anno si è parlato molto delle super sprint. Molti comitati organizzatori delle gran fondo vogliono inserire nel programma anche una super sprint serale, da far disputare il giorno precedente l’evento. È un movimento in crescita, che deve solo trovare la giusta organizzazione, un circuito molto professionale per emergere. Quest’anno qualche problema c’è stato, ma non era certo facile organizzare tutto alla perfezione già al primo anno. Gli eventi sono stati ben organizzati, ma potevano essere gestite meglio alcune cose che ritengo fondamentali, come la promozione dell’evento, i premi ai partecipanti e anche le classifiche, tutt’altro che consultabili per chi ne è alla ricerca. Al di là del circuito, però, mi auguro che il prossimo anno ci siano tante super sprint. Ritengo questo format molto interessante, capace di portare il nostro sport nelle città. Se un giorno entrerà in Coppa del Mondo? No, penso che non accadrà, almeno a breve, né diventerà specialità olimpica, ma sicuramente si può creare un circuito parallelo molto interessante e spettacolare»

Pagina 1 di 632
Top