Doping a Sochi - Dopo 6 anni Rodchenkov scagiona Evi Sachenbacher-Stehle

29 Luglio 2020
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Giovedì sarà lanciata la biografia di Grigory Rochenkov, ex direttore del laboratorio nazionale russo dell’antidoping, sospeso nel 2015 dalla WADA per aver contribuito al programma di doping di stato, del quale è stata accusata la Russia, e divenuto successivamente proprio il grande accusatore del sistema russo, al punto che oggi vive negli Stati Uniti e fa parte del programma di protezione testimoni, dal momento che la sua vita sarebbe in pericolo.

Il Daily Mail, tabloid inglese, ha pubblicato alcuni estratti della sua biografia, mettendo in risalto la vicenda doping legata a Evi Sachenbacher-Stehle, vincitrice di cinque medaglie olimpiche nello sci di fondo, con due ori (staffetta di Salt Lake City del 2002 e team sprint di Vancouver 2010) e 3 argenti (uno individuale nella sprint di Salt Lake City), e sei medaglie Mondiali (oro in staffetta in Val di Fiemme nel 2003). A 32 anni la forte tedesca  aveva deciso di passare al biathlon, riuscendo anche a salire due volte sul gradino più alto del podio, sempre in staffetta. In occasione delle Olimpiadi di Sochi, l’allora trentatreenne, risultò positiva ad un controllo antidoping dopo la mass start, essendo state trovare tracce di Geranamina (dimetilamilammina) nelle urine. L’allora trentatreenne apparentemente aveva ingerito inconsciamente piccole quantità di essa da un integratore alimentare contaminato, come avrebbe poi dimostrato in seguito, tanto che la sua squalifica venne ridotta da due anni a sei mesi.

Rodchenkov nella sua biografia “The Rodchenkov Affair” ha svelato che in altre circostanze quel caso non sarebbe stato nemmeno riportato. L’atleta tedesca è servita come vittima sacrificale, in quanto dopo aver coperto i campioni russi risultati positivi, furono necessari casi di positività di altre nazionali per evitare sospetti. Il test positivo della tedesca è quindi arrivato al momento giusto per i russi: «Era un caso limite – ha ricordato Rodchenkovquesto stimolante solitamente era presente in alte concentrazioni. Se avessi già registrato cinque violazioni reali, non l’avremmo nemmeno segnalato. Ma avevamo bisogno di “sangue”. È stata squalificata e la punizione non corrispondeva alla sua colpa».

Dopo quanto accaduto la biatleta tedesca aveva deciso di porre fine alla sua carriera, abbandonando lo sport. «Non so se dovrei essere felice o triste – ha affermato Evi Sachenbacher-Stehle a xc-ski.de – certo un messaggio del genere da una parte è per me buono. Ma è incredibile ciò che hanno fatto i russi per nascondere le loro attività. Non voglio pensare a cosa sarebbe successo se (non ci fosse stata la positività, ndr). L’unica cosa importante per me è aver avuto la conferma di non essermi dopata consapevolmente».

Sicuramente quanto scritto nel libro riabilita, se ancora ce n’era bisogno, la figura dell’atleta tedesca, il cui valore morale è certamente ben diverso rispetto a quello di chi ha contribuito a rovinarle la carriera.

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